CHIESA DI SAN GIOVANNI BATTISTA
La Chiesa di San Giovanni Battista, un tempo dedicata
a S. Agostino, è stata fondata dagli Eremitani di San Agostino che qui
stabilirono la loro sede sin dal 1373. Quest'ultima fu poi soppressa da
Innocenzo III nel 1652 insieme a tutti gli altri conventi d'Italia
“poveri di sostanze e di individui”.
Sul lato sinistro della chiesa una lapide in caratteri
gotici indica la data del 1391 come l’anno dei probabili restauri resi
possibili dalla volontà di Giovanni Jacopi, un notabile di Montemonaco che qui
ha lasciato le sue spoglie. I Padri Agostiniani allora avevano il loro convento
nel fabbricato annesso alla chiesetta. Questi non solo officiavano in San
Giovanni ma aiutavano anche il parroco di San Biagio nella cura delle anime.
In questo piccolo ed elegante tempietto solo i nobili
del paese potevano partecipare alle funzioni religiose e lasciarvi le loro
spoglie. Dopo la soppressione dell'Ordine degli Eremitani le rendite di questa
chiesa furono aggregate alla parrocchia di Ferrà il cui parroco da quel momento
venne ad abitare nel capoluogo assumendo il titolo di Priore. Per questo motivo
fino a qualche tempo fa questa era chiamata "La chiesa di Ferrà".
Originariamente oltre l'altare maggiore vi erano t'altare dedicato a San Carlo
Borromeo, quello della Beata Concezione e l'altare dedicato a San
Francesco di Paola. Attualmente vi è solo l'altare maggiore dove un tempo era
sistemata l'artistica tela intitolata " La Vergine del Soccorso"
(1521) opera insigne del pittore Giulio Vergari di Amandola che si impose
all'attenzione del Professore Giulio Cantalamessa (1846 1924) di Ascoli Piceno,
uno dei più famosi estimatori d'arte nell'Italia di fine Ottocento. La tela,
per lunghi anni in custodia presso il Vescovado di Montalto, tornerà presto
nella chiesa di San Giovanni Battista per poter essere ammirata dai visitatori.
Un altro importante quadro collocato in questa chiesa
è quello rappresentante l' "Immacolata" il cui committente fu il
Conte Camillo Garulli del Duce Domenico; questo prese parte alla battaglia di
Lepanto quale Comandante di una galea veneta. La nave vi
è
rappresentata a vele spiegate e vi è raffigurato il nobile committente. Il
quadro è firmato “ Tobias Cecchinius Aquilanus pingebat MDLXXXX “ e reca
l'antico stemma dei Garulli “di azzurro ai tre monti d' oro, sormontati
dall'aquila incatenata d'argento”. Dell'impianto originario resta il tetto a
capanna sorretto da travature lignee, l'abside in stile gotico e una leggiadra
finestra ogivale dietro un baldacchino in muratura innalzato molto probabilmente
nel Settecento.
"Sembra viva, in questo Oratorio, l'eco di una
razza di cavalieri belli e audaci che, al servizio di Dio e della civiltà,
combatterono e vinsero i Turchi e, alle galee dei nemici strapparono i simboli
di vittoria, per decorarne l’ara sacra del loro protettore".